Il lavoro è una cosa seria, nel compierlo bisogna avere chiare due cose.
La prima è sapere cosa si deve fare, la seconda è come farla in sicurezza.
Ci viene sempre detto che non bisogna mai perdere di vista l’obiettivo, il lavoro da fare, ma in realtà se perdiamo di vista la sicurezza, perderemo di vista anche l’obiettivo.
Se identifichiamo in “sicurezza” tutto ciò che serve mettere in atto per evitare di esporci a danni e crearci pregiudizio, è fin troppo evidente che per riconoscerle il valore che ha, basterà richiamare alla mente, anche solo per un attivo, i valori in cui crediamo e le cose a cui teniamo di più.
Agendo d’istinto, consapevolmente, metteremo in pratica un atteggiamento coerente e allineato ai valori in cui crediamo, quindi adotteremo le misure idonee a tutelare il nostro bene più prezioso.
In ogni attività che stai per affrontare, pensare ed agire contestualmente, non è mai risolutivo. Quando è il momento di agire, di operare, devi occuparti solo del “fare”, il “come fare” arriva sempre prima e finisce nell’istante in cui agisci.
Entrambe queste attività, direi quasi tutte quelle che compiamo, sono spesso interrotte da deviazioni, problemi che il lavoratore deve affrontare o porta con se sul lavoro, note anche come interferenze interne ed estere.
Una sostanziale quantità di interferenze interne coincidono con caratteristiche stabili dell’individuo.
Talvolta negative e spesso non allineate ai principi generali di sicurezza sul lavoro, insegnano che il primo passo utile per cambiare direzione implica un cambiamento nel modo di pensare, ovvero cambiare il proprio mindset.
Azioni di incoraggiamento, di valorizzazione di apprezzamento ed accrescimento di consapevolezza, contribuiscono ad aumentare l’autostima dell’individuo, ciò renderà più semplice l’avvio di un processo di consapevole auto approvazione.
Per riuscire in questo compito, dobbiamo toglierci i panni di giudicatori seriali, toglierci gli occhiali scuri e indossare un bel sorriso, ripulire l’aria da una atmosfera tossica che non agevola le relazioni e lo scambio, ma le pregiudica ed inibisce.
Aprirci e favorire l’ascolto attivo è una ottima scelta, la prima ed indispensabile
Favorire un ascolto più efficace, significa cambiare e abbandonare l’abitudine di “sentire” gli altri in modo distaccato, superficiale e distratto, significa abbandonare l’uso della risposta pronta ed iniziare a ragionare sul fornire un feedback di valore.
Perché le informazioni di ritorno abbiano valore è necessario implementare la capacità di rivolgere al nostro interlocutore nuove domande, alternative, di verifica e chiarimento, significa porsi nella condizione di favorire nuove risposte al fine di instaurare una proficua relazione trasversale.
Il giusto clima contribuisce a modificare un processo mentale preconcetto, o un’abitudine sbagliata, crea le condizioni ambientali favorevoli ad uno sviluppo naturale del processo di analisi della realtà che potrà sorprendere.
I lavoratori non ricevono consigli, special modo da chi si occupa a vario titolo di sicurezza, e questo accade perché spesso i consigli equivalgono ad un ordine, consigliare di agire in un certo modo piuttosto che in un’altro, potrebbe costituire un problema serio.
Analizzare congiuntamente una non conformità è invece cosa buona e giusta, pone l’esecutore difronte ad una condizione che trova “normale”, gli chiederei, per esempio, cosa ne pensa della posizione che sta assumendo, e quindi di trovare una soluzione alternativa per non esporsi ad un rischio grave.
Richiamarlo, rimproverarlo o addirittura redarguirlo, nel suo ambiente, davanti i suoi colleghi, potrebbe creare non pochi problemi.
Credo sia sconveniente mettere in discussione nell’immediato la non conformità rilevata e rimarcare che quel comportamento è sbagliato, rimproverarlo o addirittura redarguirlo davanti i suoi colleghi.
Infondo sta lavorando con la convinzione di operare in modo corretto, sta provando a fare le cose nel modo giusto (il suo), molto probabilmente, sta mettendo in pratica consigli o indicazioni sbagliate fornite da altri lavoratori.
In ogni caso potrebbe irritarsi se messo nella condizione di dubitare se ciò che sta facendo sia giusto o meno, potremmo dover gestire altre situazioni difficili da valutare al momento, legate proprio a quelle caratteristiche stabili del soggetto che potremmo non conoscere.
Favorire la capacità di osservare realmente ciò che sta facendo, di dove effettivamente si trova, analizzare la sua posizione e se ritiene o meno, di mettere in atto concrete misure preventive e protettive, può diventare una buona alternativa alla contestazione immediata.
Nei migliori dei casi si evita di gestire risposte come: “questa è l’unica attrezzatura che ho, se ne uso un’altra lavoro scomodo”, o peggio ancora: “in quel modo non riesco a lavorare, perdo tempo, so che dovrei proteggermi, ma sto attento”.
Spesso risposte del genere, e tante altre simili, lasciano intendere che molti lavoratori sanno di sbagliare, ma non riescono a smettere di farlo, assuefatti dalla consuetudine e ingannati da false sicurezze.
Purtroppo la fiducia in se stessi cresce più velocemente del bisogno di sicurezza.
L’osservazione permetterà di ottenere risposte decisamente più apprezzabili, del tipo: “si effettivamente mi trovo in una posizione rischiosa, sospendo l’attività e provo ad organizzarmi meglio”.
In questo caso meglio non perdere l’occasione, approfittiamone con un:
“Mi dici come?, Cosa Vorresti fare?”. Ecco, abbiamo dato inizio ad una relazione.
Il lavoratore quindi dimostra di avere le capacità, anche se nascoste, di sanzionarsi, di mettersi in discussione, di sentirsi a disagio perché i propri standard, quelli che ritiene “sicuri”, non sono allineati alle più comuni norme di salute e sicurezza.
Ha capito che ragionare sulle priorità porta dei vantaggi, che sperimenta spesso nell’immediato e ne apprezza i benefici e i vantaggi, sarà compiaciuto e cercherà di rimettere in pratica “il colpo giusto” appena possibile.
L’idea di raggiungere grandi risultati e di ragionare sulle priorità, o meglio ricordarsi di ragionare su quanto sia importante non perdere questa abitudine, spesso svanisce come una nuvola di vapore.
Presto il lavoratore riprenderà a comportarsi come sempre, riprenderà le vecchie abitudini e a riutilizzare gli standard sbagliati, quelli che comunque finora non gli hanno mai creato danni.
Nonostante il tempo speso in formazione, richiami e promemoria, tutto tornerà come prima.
Il meglio che potrà accadere invece è che possa porsi una domanda:
“cosa c’è che non va?, Perché?, quali sono le mie priorità?”.
Se questo accadrà, ci troveremo probabilmente difronte ad un punto di svolta.
Se troverà una risposta a queste domande, avrà anche la capacità di individuare un percorso naturale, personale e non standardizzato, in grado di accrescere consapevolezza e focus sulle modalità di approccio al lavoro.
Il processo di apprendimento naturale cresce con la presa di consapevolezza, ed è un processo che va agevolato, perché le interferenze da gestire e combattere sono molte e diverse, legate prevalentemente all’individuo, alle sue caratteristiche stabili, alla sua struttura psicologica, alle sue conoscenze ed esperienze.
La preoccupazione nei confronti dei lavoratori e della loro crescita devono sempre costituire l’interesse principale della società e delle organizzazioni, ma non bobbiamo dimenticare di prendere in considerazione il contesto operativo e sociale, l’ambiente e il gruppo con il quale interagisce e si relaziona.
Posso affermare con certezza che si tratta di un processo complesso e di valore, che aspetta di essere scoperto proprio da chi lo ignora.